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2 apr 2021

Digitale, l’insostenibile arretratezza dell’Italia: perché è un problema grave

La cultura digitale degli italiani è una ferita aperta che deve preoccupare tutti. Ne va dei nostri diritti civili, sociali. Del nostro futuro. 
Dopo il desolante quadro fornitoci dall’ultima edizione dell’indice europeo DESI, arriva anche il Rapporto annuale 2020 dell’Istat a restituirci la fotografia di un’Italia in cui la lotta al digital divide non riesce ad andare oltre gli annunci, con tutti i danni e le disuguaglianze che ne derivano.
Fa da coro il ritardo sulla partecipazione dei cittadini alla PA digitale, come denunciato dall’UN E-Government Survey 2020”, della scorsa settimana. Una situazione che, specialmente dopo il Covid, non si può più tollerare.


Dal DESI al rapporto ISTAT: la conferma dell’arretratezza

L’ultima edizione del DESI ha descritto un impietoso scenario da “medioevo digitale” per il nostro Paese, peraltro con l’aggravante di uno stallo “recidivo” dal punto di vista delle performance digitali monitorate negli Stati membri sin dalla pubblicazione del primo Report risalente al 2015.

In linea con il deludente risultato del “Capitale umano” descritto dal DESI che colloca l’Italia all’ultimo posto della classifica (perdendo addirittura posizioni rispetto alle precedenti edizioni), in ragione del preoccupante livello di analfabetismo digitale visto che solo il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base (rispetto al 58% nell’UE) e solo il 22% dispone di competenze digitali superiori a quelle di base (a fronte del 33% nell’UE), adesso anche l’ISTAT, certifica tra le principali criticità nostrane anche il divario digitale geograficamente diffuso a “macchia di leopardo” con effetti negativi destinati a incrementare le diseguaglianze sociali esistenti, così aumentando il gap tra “cittadini di serie A” (inclusi digitali) e “cittadini di serie B” (esclusi digitali), a causa di un pericoloso deficit tecnologico caratterizzato da un radicato ritardo infrastruttuale-cognitivo in grado di frenare le prospettive di crescita di fronte a una già precaria situazione economica e produttiva del Paese, con un possibile crollo del sistema a discapito delle categorie più povere e meno istruite a rischio di esclusione digitale, sempre più ai margini della società.

In particolare, prendendo atto degli effetti della pandemia Covid-19 sulla vita quotidiana delle persone, il Rapporto descrive l’esistenza di una profonda situazione di arretratezza generale, che ha costretto il nostro Paese ad “affrontare questo shock partendo da una situazione di svantaggio consistente, in confronto agli altri paesi avanzati, non solo in termini di digital divide, ma anche di livelli di scolarizzazione e di marcate differenze territoriali”.


Digital divide, un ritardo che pesa sul futuro

In tale prospettiva, nonostante un aumento di consapevolezza, senza dubbio stimolata dalle condizioni di necessità e urgenza prodotte dal prolungato stato di emergenza, pesa “il ritardo del Paese in investimento in conoscenza” anche “in termini di recupero dell’economia”, con prospettive destinate ad avere ripercussioni sul futuro delle giovani generazioni, perché “il nostro Paese ha con fatica continuato a progredire nell’istruzione, nella diffusione di modelli organizzativi più avanzati e nell’uso delle tecnologie nell’economia, nella pubblica amministrazione e nella vita quotidiana degli individui”, senza però fare quel definitivo salto di qualità nell’ambito di una strategia progettuale in materia di innovazione digitale indispensabile per definire con lungimiranza proficue condizioni di benessere diffuso come fattore di sostenibile generale fruibile dalla collettività.

Il Rapporto ISTAT descrive “un rilevante ritardo” digitale dell’Italia, dal momento che il 20% delle persone non risulta utente di Internet “contro 11% della media europea”.

Significativo anche il fatto che solo il 22% degli utenti di 16-74 anni è in possesso di competenze digitali elevate “contro il 33% della media UE”.

Non raggiungono neanche il 40% “le famiglie in cui è presente almeno un‘internauta con competenze digitali elevate” e soltanto il “25,2% delle famiglie ha competenze digitali di base, mentre sono il 33% le famiglie con almeno un componente con competenze basse”.

Non sorprende quindi che secondo le Nazioni Unite nel rapporto recente, il nostro Paese sia passato dal 24esimo posto del 2018 al 37esimo posto sul fronte e-government, in particolare per colpa della scarsa partecipazione: due anni fa occupavamo la 15esima posizione, oggi scendiamo in 41esima.

Il punto è che gli altri Paesi galoppano, noi avanziamo a passo di lumaca per accesso (e usabilità) dei servizi online della PA: speriamo che i piani del Governo con il decreto Semplificazioni, intorno all’app IO, davvero facciano la differenza promessa nel 2021.


Si aggravano le diseguaglianze sociali e geografiche

Lacune gravi, problema urgente, se si pensa che secondo il Rapporto Istat, durante il periodo di emergenza Covid-19, “le famiglie che si sono trovate completamente sprovviste di internauti sono 6 milioni 175 mila (il 24,2% del totale)”, con particolare riferimento ai nuclei familiari costituiti “da soli anziani e quelle con un basso titolo di studio”.

Si delinea, peraltro, un preoccupante gap digitale tra Nord e Sud del Paese, dal momento che “la percentuale di famiglie in cui nessun componente usa internet tocca quasi il 30% al Sud e nei comuni fino a 2.000 abitanti”.

Eppure al Sud la copertura banda ultra larga è mediamente migliore.

Di fronte ad una situazione di profonda arretratezza digitale, emerge, in tutto il suo rilevante impatto negativo, il divario digitale come problema non solo tecnologico ma anche sociale, culturale e economico, perché la mancanza di reti a banda larga ultra veloci che garantiscano una connessione efficiente ad Internet e il ritardo culturale legato al basso livello di competenze digitali di base incidono in maniera molto grave sulla vita delle persone.

Come può sperare la Pubblica Amministrazione di avviare un processo di trasformazione digitale dei propri servizi, se dal lato dell’utenza che ne fruisce, mancano le competenze minime necessarie per sfruttare i vantaggi offerti dalle tecnologie?


A rischio i diritti fondamentali

Si delinea un grave deficit di tutela dei diritti fondamentali che impedisce alle persone anche la possibilità di cogliere nuove opportunità lavorative nel contesto di un rinnovato mercato del lavoro in cui aumenterà sempre di più la domanda di professionisti e di esperti del digitale.

A fronte di questo bisogno, non possedere competenze specialistiche digitali significa precludersi nuove opportunità lavorative, con conseguente incremento della disoccupazione a causa della contrazione dei lavori tradizionali, che avrà un peso molto grave nel sistema produttivo, senza consentire alle persone in possesso di elevate competenze digitali la possibilità di reinventare in modo tecnologico creativo le proprie attività da una dimensione tradizionale (che fino ad oggi con grande precarietà reggeva) ad una dimensione digitale innovativa che sarà sempre più indispensabile.


Conclusioni

Ecco perché il digital divide dovrebbe diventare un tema centrale nell’agenda politica, giuridica e istituzionale che richiederebbe un urgente adeguamento del quadro normativo esistente.

Occorre superare la “sindrome dell’annuncite”, e concretizzare una visione progettuale a lungo termine in grado di pianificare strategie digitali oltre il breve termine dell’emergenza, della necessità e della contingenza del momento.

Se il nostro paese vuole promuovere un processo di digitalizzazione efficace, occorre stimolare in maniera importante un cambiamento culturale prima, e poi giuridico e politico, senza il quale non saremo in grado di sfruttare i benefici offerti dal digitale, subendo soltanto gli svantaggi della Rete come “lato oscuro” di questa grande innovazione (violazione della privacy individuale, scarsa consapevolezza sull’uso di Internet, manipolazioni virtuali), senza però sfruttare gli straordinari vantaggi che la Rete offre.


Fonte: agendadigitale.eu


19 mag 2020

Erik Kriek illustra H.P. Lovecraft - Da altrove e altri racconti


È piuttosto difficile stabilire se Howard Philips Lovecraft, forse il più seminale scrittore del fantastico degli ultimi due secoli, immaginasse di avere un’influenza così vasta nella letteratura a venire.
In base alla sua biografia, verrebbe da dire che il solitario di Providence scrivesse più per se stesso che per gli altri e che, se avesse saputo che una delle sue creature sarebbe finita su tazze, felpe, magliette e gadget vari, avrebbe gettato nel fuoco tutti i suoi scritti.

Forse, al contrario, lo schivo scrittore del New England nel profondo della sua psiche desiderava segretamente essere osannato, tanto da stringere patti indicibili con le stesse creature da lui raccontate. Quale che sia la verità, è indubbio che la sua importanza e influenza siano enormi ancora ai nostri giorni. Le sue opere sono state più volte trasposte in altri media e il fumetto non fa eccezione. L’ultima versione, almeno in Italia, dei suoi racconti è quella di Erik Kriek, edito in Italia dalla Eris, intitolata H.P. Lovecraft – Da Altrove e altri racconti.

In quest’opera, il fumettista olandese illustra e riscrive alcuni dei racconti più famosi dello scrittore americano; per essere esatti: L’estraneo (The Outsider 1921), Il colore venuto dallo spazio (The Colour out of Space, 1927), Dagon (Dagon 1917), Da altrove (From Beyond 1920) e La maschera di Innsmouth (The shadow over Innsmouth, 1931).
Le sue versioni sono lievemente diverse rispetto all'originale, ma mantengono quel fascino oscuro e raccapricciante dei racconti. Le modifiche sono giustificabili per ragioni di struttura e impianto narrativo e poco sottraggono agli originali. Sarà anche per questa loro capacità di adattarsi e mantenere la peculiare natura raccapricciante, che i racconti di Lovecraft hanno avuto e continuano ad avere una grande influenza sulla produzione fantastica.
La copertina dell’albo è una vera chicca che, oltre a citare lo stile fumettistico americano degli anni ’50, ricorda le copertine dei migliori album psichedelici. Anche il lettering d’ispirazione ittica usato per il titolo di Dagon è un piccolo tocco d’artista.

Diamo ora un rapido sguardo ai singoli racconti per evidenziarne in grandi linee le differenze rispetto agli originali. Per quanto riguarda L’estraneo, la storia è quasi identica all'originale, solo alcune didascalie sono diverse, variazione che potrebbe dipendere da questioni di traduzione. Per ovvie ragioni legate al mezzo fumetto, si perde un po’ dell’effetto sorpresa determinato dalla rivelazione finale. Anche l’interpretazione “psicanalitica” data dalla scena dello specchio è un po’ “sacrificata” in una, seppur notevole, ma singola splash page priva di testo.
Ne Il colore venuto dallo spazio, la limitazione maggiore è data dal bianco e nero dell’albo, nel racconto il colore spesso ha una sua componente. Le descrizioni lovecraftiane dell’entità stellare protagonista del racconto risultano infatti molto complesse da rendere visivamente. La trama è cambiata nel susseguirsi delle scene e i personaggi hanno più preponderanza rispetto alla versione letteraria. Per alcuni ciò potrebbe far perdere un po’ dell’atmosfera e dell’orrore originali, in compenso nel racconto ci sono due vignette degne di nota, ai lettori la sfida di trovarle.

Dagon è il primo e uno dei più importanti racconti di Lovecraft e dei Miti di Cthulhu, ciclo del quale fanno parte anche La maschera di Innsmouth e Il colore venuto dallo spazio. La storia è praticamente identica, la scena dell’ “approdo” è più corta, probabilmente per motivi di narrazione e ritmo narrativo legati al fumetto, ma soprattutto è stato eliminato completamente qualsiasi accenno alla droga. Risulta purtroppo il racconto più debole del volume.
Da Altrove è fondamentalmente uguale all'originale, manca solo un pizzico di sensazione allucinatoria in più, ma anche qui ci sono un paio di notevoli vignette psichedeliche.

È indubbio che l’impresa in cui si è imbarcato Kriek è di quelle ardue, spesso gli autori si sono arresi o hanno fallito davanti al duro compito di trasporre il tocco del “sognatore di Providence”. L’autore invece è riuscito nell'intento con un’opera che rende fede, per quanto possibile, all'originale.

Kriek è considerato uno dei maestri del fumetto olandese, famoso per la sua creatura Gutsman (un anti-supereroe parodia degli eroi della Golden Age) e per aver collaborato con numerose riviste tra le quali Zone 5300, dove compare regolarmente un adattamento delle storie di Lovecraft. I suoi disegni, marcatamente ispirati agli illustratori degli anni ’50 americani, a quello degli albi della EC Comics per capirsi, sono anche simili a quelli dei fumettisti underground della controcultura statunitense: nella sua opera si possono ritrovare influenze di Crumb, Corben (che nel 1987 ha realizzato una versione a fumetti del racconto I ratti nei muri) e Pekar, solo per citarne alcuni.
Da quegli autori Kriek prende il tratto dettagliato e grottesco, ma rende i suoi personaggi ancor più caratterizzati, quasi a voler imprimere nella loro fisicità, nel loro aspetto visivo e quindi grafico, gli orrori di cui sono protagonisti, quasi a voler ritentare sul piano illustrativo l’operazione che Lovecraft compiva su quello narrativo, ovvero il far penetrare l’orrore proprio nella fisicità dei suoi personaggi.

Will Eisner, una vita per il fumetto

Affrontare le icone è sempre un lavoro da far tremare i polsi. “Will Eisner – Una vita per il fumetto” non fa eccezione. Ci si avvicina al libro con reverenza, paura se vogliamo. Spesso, infatti, è meglio non conoscere nel privato i propri miti, perché difficilmente potranno eguagliare l’idea che di loro ci siamo fatti. Vero è che l’autore, Bob Andelman (biografo di sportivi, politici e autore di libri motivazionali), lascia intenzionalmente da parte la componente teorica e critica del fumetto e, quando ne parla, lo fa soltanto in funzione biografica.
La biografia svelerà ai più giovani, meno familiari con le opere del maestro, un grande fumettista a tutto tondo, praticante ma anche teorico del mezzo. Illustrato da copertine e scatti privati, il libro affonda le mani in tutto il vissuto del fumettista, raccontando aneddoti leggeri (ad esempio: cosa ne pensa Eisner dell’adattamento di Spirit degli anni ottanta o com'è nato il premio eponimo) e occasionalmente episodi sconosciuti ai più, tra cui la morte della figlia Alice, scomparsa a sedici anni per una leucemia fulminante e motore propulsore per la creazione del seminale Contratto con Dio. La rievocazione dell’evento è affidata a una manciata di pagine molto toccanti che costituiscono il cuore del libro.
A corredo, Andelman inserisce una serie di interviste con personalità del cinema e del fumetto: si passa da elogi sentiti (Neil Gaiman, Denis Kitchen) a pezzi ficcanti (le critiche dell’ex-alunno Drew Friedman o di Howard Chaykin, le cui parole fanno capire come la verità sia solo una questione di punti di vista.
Sul piano formale, “Will Eisner – Una vita per il fumetto” si distingue per un’intelaiatura sintattica stringente, che lascia respirare il racconto con inserti descrittivi nei momenti più distesi e incalza la lettura con dialoghi, citazioni e botta e risposta in quelli più serrati. In ogni caso, il lavoro svolto è più che buono e non si può certo pretendere una prosa incisiva e protagonista in un racconto dove sono le vite dei protagonisti a dover emergere.

Della versione italiana, curata da Andrea Plazzi – anche traduttore – e Mattia Di Bernardo, si segnala la traduzione del titolo: da “A Spirited Life” a “Una vita per il fumetto”; scelta felice perché se l’originale lo incatena alla sua più celebre creatura (ed Eisner non è solo Spirit, è Contratto con Dio, è Affari di famiglia, è Gente invisibile e tutte le altre produzioni che lo hanno reso una voce unica nel panorama letterario), l’edizione nostrana allarga lo spettro d’indagine e restituisce il senso ultimo della biografia: una vita devota, piegata, anche a costi di enormi sacrifici, e immolata al medium fumettistico come poche altre persone sono riuscite a fare nella storia. E forse è proprio per questo che Eisner è diventato Eisner.